Il ritorno di Renzi: le tre strade che può percorrere per rientrare in corsa

Quante volte hanno dato politicamente per morto Silvio Berlusconi?

Quante volte è “resuscitato”?

Tante.

Anche quando sembrava finito, il leader di Forza Italia ha dimostrato di saper tornare dagli inferi come nessun altro sarebbe stato in grado di fare. Ora, però, complici anche altri fattori che nemmeno lui può piegare a suo favore, sembra definitivamente sul viale del tramonto.

C’è un altro personaggio politico, però, che avrebbe voluto ripercorrere i fasti dell’ex presidente del Milan: Matteo Renzi.

Non c’è riuscito. Se avesse dovuto mantenere la promessa di lasciare la politica subito dopo la netta e bruciante sconfitta del referendum costituzionale del dicembre 2016 oggi non ne sentiremmo più parlare, almeno per ciò che concerne la vita pubblica del Paese.

Rimangiatosi la parola (deve aver capito che legare la propria carriera a un risultato politico incerto non è stato un colpo di genio), e dopo aver perso il ruolo di Presidente del Consiglio, è stato eletto in Parlamento senza alcun ruolo, come Senatore semplice.

In realtà, il “costume” di Senatore semplice non gli si addice. Infatti, Renzi non ha mai smesso di lavorare nell’ombra per condizionare la vita del proprio partito (i gruppi parlamentare sono legati in gran parte a lui), la cui guida gli è stata scippata da Zingaretti, e di tutta italia.

E oggi si trova davanti non a un bivio, ma addirittura a un trivio.

Ora entro nei dettagli.

Con l’innesco della crisi di governo, si aprono per lui tre strade con salite più o meno ripide:

  1. Nonostante le smentite pubbliche, trovare un accordo con il M5S per portare a termine la riduzione dei parlamentari (di mezzo ci starebbe anche l’accordo per votare prima la mozione di sfiducia a Salvini rispetto a quello di Conte). Perché venga approvata, manca un ultimo passaggio a inizio settembre, ma questo provocherebbe una serie di eventi che dilaterebbero di moltissimo i tempi del voto (cosa che a Renzi ed altri che temono il voto a breve termine non dispiacerebbe). Questa operazione gli darebbe più tempo per organizzare il suo nuovo soggetto politico centrista (la Leopolda si tiene a ottobre) e gli permetterebbe di conservare più a lungo una maggioranza di parlamentari fedeli alla Camera e al Senato.
  2. Rifiutare l’accordo con il M5S (sempre che esista, ma io credo che qualche approccio ci possa essere, soprattutto dopo le parole di Beppe Grillo), rinunciare alla spaccatura, e quindi rimanere dentro il PD, in cambio di alcuni seggi sicuri per lui e i suoi fedelissimi alle prossime elezioni politiche. Meglio che sparire, anche a costo di mandar già il boccone amaro del patto Salvini-Zingaretti di cui tanto si parla (esiste? non lo so, ma gli interessi sul voto lampo convergono per motivi differenti), con l’obiettivo per spartirsi il paese ed evitare la nascita di qualche insidioso soggetto politico centrista che porti via consensi a entrambi.
  3. Non fare nulla, che in questo momento è la cosa peggiore. Le tempistiche non sembrano essere favorevoli a un rimando della decisione, ma se in parlamento si formasse un partito del non voto tale da poter permettere la nascita di un “Governo del Presidente” con l’obiettivo di portare il paese a nuove elezioni (magari a primavera prossima invece che tra due mesi), solo dopo aver approvato una manovra finanziaria essenziale per rispettare gli impegni assunti con l’UE, allora Renzi avrebbe un po’ più di tempo per decidere. Meno che al punto uno, più che al punto due.

Se Renzi sia maturato politicamente o sia ancora un giocatore d’azzardo non lo so, ma anche da questo dipenderà la strada che deciderà di prendere.

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